L’Odissea di Christopher Nolan: una lettura psicologica

Immagine ispirata all’Odissea di Nolan: Ulisse osserva Itaca mentre una nave greca attraversa il mare.

Attenzione: l’articolo contiene anticipazioni sulla trama e sul finale del film, quindi prosegui solo se non temi qualche spoiler.

L’Odissea di Nolan attraverso la psicologia: un viaggio tra dolore e cambiamento

L’Odissea di Nolan riporta sul grande schermo la figura leggendaria di Ulisse. Incuriosito dalla pubblicità ascoltata alla radio e dal desiderio di riscoprire questo personaggio, qualche giorno fa sono andato al cinema a vedere il nuovo film di Christopher Nolan.

Conoscevo già la storia dell’eroe greco, anche grazie al mio professore di italiano del liceo, particolarmente appassionato di letteratura greca. Ricordavo la guerra di Troia, Polifemo, le Sirene, Circe e, soprattutto, il lungo viaggio verso Itaca.

Eppure, osservando Ulisse attraversare il mare e affrontare le conseguenze delle proprie scelte, ho ritrovato una domanda che emerge spesso anche nei colloqui con le persone che seguo: dopo un periodo difficile, è davvero possibile tornare alla vita di prima?

Ulisse non sta cercando soltanto la strada di casa. Sta cercando di capire quale vita potrà ancora ritrovare e chi sarà l’uomo che raggiungerà Itaca dopo anni di guerra, perdite ed errori.

È forse questo uno degli aspetti più attuali della sua storia. Possiamo desiderare profondamente di tornare a casa e scoprire, nello stesso tempo, che non possiamo ritrovarla restando le persone che eravamo prima di partire.

In questa prospettiva, L’Odissea di Nolan non racconta soltanto un viaggio avventuroso, ma anche il difficile tentativo di ritrovare una direzione dopo essere stati cambiati da ciò che abbiamo attraversato.

Guarda il trailer ufficiale de L’Odissea di Christopher Nolan.

Dietro le quinte de L’Odissea di Nolan

  • La nave di Ulisse non è una ricostruzione realizzata in studio, ma il Draken Harald Hårfagre, un’imbarcazione in legno realmente navigante, lunga circa 35 metri e dotata di 50 remi. Prima del film aveva persino attraversato l’Atlantico. Smithsonian Magazine
  • Matt Damon e gli altri interpreti dell’equipaggio hanno partecipato a un vero addestramento di voga. Durante le riprese non dovevano soltanto recitare: contribuivano realmente a manovrare e spostare l’imponente nave. Associated Press
  • Per il film sono stati realizzati più di 5.300 costumi, coinvolgendo oltre 675 artigiani. La sequenza dell’assedio di Troia ha richiesto circa 2.000 comparse. Associated Press
  • L’Odissea è il primo lungometraggio girato interamente con cineprese su pellicola IMAX. Nolan e il direttore della fotografia Hoyte van Hoytema hanno utilizzato circa 2,1 milioni di piedi di pellicola, equivalenti a oltre 640 chilometri. IMAX
  • Una parte importante del film è stata girata a Favignana: l’isola siciliana rappresenta Itaca e il Castello di Santa Caterina diventa il palazzo di Ulisse. La produzione ha coinvolto circa 500 persone del luogo. Reuters

Itaca e il desiderio di tornare come prima

Per Ulisse, Itaca non è soltanto un’isola. È la casa lasciata molti anni prima, il legame con Penelope, il figlio visto appena nascere e la vita interrotta dalla guerra. Raggiungerla significa ritrovare ciò che ama, ma anche confrontarsi con una domanda più difficile. Dopo tutto quello che è accaduto, quella vita potrà davvero essere la stessa?

Nel film, Ulisse esprime a Penelope un dubbio ancora più profondo.

«E se l’Ulisse che conoscevi avesse smarrito la strada?»

Le sue parole rivelano il timore di non essere più l’uomo che Penelope aveva conosciuto e, forse, di non riuscire più a riconoscere sé stesso. La casa potrebbe essere ancora lì, ma chi vi fa ritorno non è più la persona che l’aveva lasciata.

Anche nei percorsi di psicoterapia emerge spesso un desiderio simile. Chi attraversa un periodo di profonda sofferenza può desiderare soprattutto di «tornare come prima» e riconoscersi nella persona che era prima che qualcosa cambiasse.

È un desiderio umano e comprensibile. Talvolta, però, può trasformarsi in una condizione rigida. Potrò ricominciare a vivere soltanto quando non proverò più paura, quando avrò recuperato le mie certezze o quando sarò tornato esattamente la persona che ero. La vita rischia allora di restare sospesa nell’attesa di un ritorno che forse non può avvenire in quella forma.

Il viaggio di Ulisse ci ricorda che ritrovare la strada di casa non significa cancellare ciò che è accaduto. Alcune esperienze ci cambiano senza che lo abbiamo scelto e senza che, per questo, debbano essere considerate positive. Non tutto ciò che ci ferisce ci rende automaticamente più forti o migliori.

Forse tornare non significa recuperare intatta la persona che eravamo, ma riconoscere chi siamo diventati e riprendere posto nella nostra vita. Non perché ciò che abbiamo perduto non sia importante, ma perché continuare a vivere non richiede necessariamente di tornare indietro. Può significare trovare una nuova direzione, portando con noi anche ciò che è stato.

Il loto e il sollievo che fa dimenticare la direzione

Ulisse sulla riva con un fiore di loto alle sue spalle, mentre una nave si allontana verso l’orizzonte.

Nel poema di Omero sono alcuni compagni di Ulisse a mangiare il loto. Il suo sapore fa dimenticare loro la patria e spegne il desiderio di riprendere il viaggio. Nel film, Christopher Nolan rielabora questo episodio intrecciandolo con la figura di Calipso. È Ulisse a ricevere il loto e a rimanere a lungo sospeso in una condizione nella quale il dolore si attenua, mentre si indebolisce anche il ricordo di Itaca.

Il loto non rappresenta semplicemente un piacere al quale è difficile rinunciare. Offre qualcosa di più profondo e seducente, ovvero la possibilità di non sentire, almeno temporaneamente, il peso di ciò che è accaduto. Ulisse trova una tregua dalla guerra e dalle perdite subite. Il prezzo di quel sollievo, però, è la progressiva perdita di contatto con la direzione verso cui desiderava andare.

Calipso gli ricorda di avergli offerto intenzionalmente quella possibilità di dimenticare. Il suo gesto è profondamente ambivalente. Lo ha protetto dal dolore, ma lo ha anche allontanato da Penelope e da Itaca. Dimenticare non attenua soltanto la sofferenza. Rischia di far scomparire anche le ragioni per le quali vale la pena riprendere il viaggio.

Anche noi, quando soffriamo, cerchiamo comprensibilmente qualcosa che ci permetta di non sentire, almeno per un po’, il peso di ciò che stiamo attraversando. Possiamo riempire ogni momento di impegni o distrazioni, rimandare una decisione, evitare un incontro o una conversazione difficile, non rispondere a un messaggio importante oppure cercare ripetutamente rassicurazioni. Sono comportamenti diversi, ma possono svolgere una funzione simile a quella del loto, riducendo nell’immediato un disagio che ci sembra troppo difficile da sostenere.

Questi tentativi non sono necessariamente segni di debolezza o di scarsa volontà. Spesso sono modi spontanei di proteggerci e, almeno inizialmente, funzionano davvero. Evitare una situazione fa diminuire l’ansia, rimandare una conversazione riduce il disagio, ricevere una rassicurazione tranquillizza e mantenersi continuamente occupati impedisce ai pensieri dolorosi di raggiungerci.

È proprio questa efficacia immediata a rendere tali strategie così seducenti. Se però diventano il nostro modo abituale di affrontare la sofferenza, ciò che ci procura sollievo oggi può rendere più difficile la vita di domani. Le situazioni evitate appaiono sempre più minacciose, il bisogno di rassicurazioni cresce e le decisioni rimandate restringono progressivamente le nostre possibilità. Come accade a Ulisse, non rischiamo soltanto di perdere il contatto con il dolore, ma anche di dimenticare la direzione verso cui volevamo andare.

Non è dunque il sollievo in sé a costituire un problema. Tutti abbiamo bisogno di riposo, protezione e momenti nei quali recuperare le forze. La domanda importante è un’altra. Ciò che sto facendo mi concede una pausa per poter ripartire oppure mi sta progressivamente allontanando da ciò che per me è importante?

Per Ulisse, ritrovare la memoria significa tornare a sentire anche una parte del dolore, ma soprattutto ricordare Itaca. Talvolta riprendere il cammino non richiede di sentirsi subito meglio. Può significare tornare in contatto con ciò che conta e compiere un primo passo in quella direzione, anche quando la sofferenza è ancora presente.

Le Sirene e il richiamo della vita che avremmo voluto

Ulisse legato all’albero della nave mentre le Sirene appaiono in lontananza.

Dopo aver ritrovato la direzione verso Itaca, Ulisse deve attraversare un mare nel quale il pericolo non assume la forma di una tempesta o di un mostro. Questa volta la minaccia è una voce capace di conoscere ciò che desidera e di trasformarlo in un richiamo irresistibile.

Nel film, quando Euriloco gli domanda che cosa gli abbiano mostrato le Sirene, Ulisse risponde:

«Tutto ciò che avresti voluto essere, e poi tutto ciò che avresti desiderato non desiderare mai.»

Il loro canto lo pone di fronte alle possibilità perdute, alle promesse che non è riuscito a mantenere e alla vita che avrebbe potuto avere se alcune cose fossero andate diversamente. Le Sirene non gli offrono semplicemente qualcosa di piacevole: gli mostrano ciò che avrebbe potuto fare e diventare, facendogli credere che soltanto raggiungendo quella versione alternativa di sé potrebbe sentirsi finalmente completo.

Anche noi possiamo restare catturati dal confronto con la vita che avremmo voluto. Possiamo ripensare alle decisioni prese, immaginare ciò che sarebbe accaduto se avessimo scelto diversamente oppure misurare continuamente la distanza tra la persona che siamo e quella che pensavamo di diventare. Questi pensieri possono riguardare una relazione perduta, un’opportunità mancata, il tempo trascorso o una parte di noi che non riusciamo più a ritrovare.

Non è sbagliato interrogarsi sul passato. Riflettere sulle nostre scelte può aiutarci a comprenderle e a orientarci diversamente. Il problema nasce quando questa riflessione si trasforma in un viaggio senza fine alla ricerca di una risposta capace di modificare ciò che è già accaduto. La mente continua allora a domandare come sarebbe andata, che cosa avremmo dovuto capire prima o chi saremmo potuti diventare. Ogni risposta sembra promettere chiarezza, ma spesso conduce a una nuova domanda.

Ulisse non cerca di impedire alle Sirene di cantare. Sa di non poter eliminare la loro voce e neppure di potersi affidare soltanto alla propria capacità di resisterle. Chiede quindi ai compagni di legarlo all’albero della nave e ordina loro di non liberarlo, anche quando sarà lui stesso a implorarli di farlo. Prepara in anticipo le condizioni che gli permetteranno di ascoltare il canto senza abbandonare la rotta.

La sua scelta ci ricorda che non sempre possiamo controllare i pensieri, i ricordi e i desideri che si presentano nella nostra mente. Possiamo però imparare a riconoscerne il richiamo senza affidare loro la direzione della nostra vita. Un pensiero può essere intenso senza essere un ordine. Un rimpianto può meritare ascolto senza diventare il luogo nel quale restare imprigionati.

Superare le Sirene non significa dimenticare la vita che avremmo voluto. Significa rinunciare a inseguirla come se il passato potesse ancora essere recuperato e vissuto diversamente. Ulisse può continuare a sentire il richiamo di ciò che ha perduto e, nello stesso tempo, mantenere la nave rivolta verso Itaca. Anche noi possiamo portare con noi i rimpianti e le possibilità non realizzate, senza permettere che ci distolgano dalla vita che possiamo ancora scegliere.

Tra Scilla e Cariddi e l’impossibilità di evitare ogni perdita

La nave di Ulisse attraversa lo stretto tra Scilla e il vortice di Cariddi.

Dopo aver superato le Sirene, Ulisse e i suoi uomini devono attraversare un passaggio dominato da due pericoli. Da un lato si trova Cariddi, un vortice capace di inghiottire l’intera nave. Dall’altro li attende Scilla, la creatura che strapperà alcuni uomini dall’imbarcazione. Non esiste una rotta che permetta di evitarle entrambe.

Ulisse sa che avvicinarsi a Cariddi potrebbe provocare la morte dell’intero equipaggio. Seguendo il consiglio di Circe, sceglie quindi di passare accanto a Scilla, pur conoscendo il prezzo che questa decisione comporterà. Non deve distinguere una soluzione giusta da una sbagliata, ma scegliere tra due possibilità dolorose, una delle quali rischia di avere conseguenze ancora più gravi.

Alcuni momenti della vita ci pongono di fronte a qualcosa di simile. Vorremmo trovare una decisione capace di proteggerci da ogni rischio, rimpianto o sofferenza, ma non sempre questa possibilità esiste. Possiamo dover scegliere se interrompere una relazione che ci fa soffrire o continuare a investirvi, se lasciare una situazione conosciuta o affrontare l’incertezza del cambiamento, se rinunciare a un’opportunità o correre il rischio di non riuscire.

Quando nessuna alternativa offre garanzie, possiamo rimanere bloccati nel tentativo di individuare quella perfetta. Continuiamo a valutare le possibili conseguenze, chiediamo pareri, ripercorriamo più volte gli stessi ragionamenti e aspettiamo di sentirci finalmente sicuri. Questa ricerca può darci l’impressione di avvicinarci alla risposta, ma talvolta serve soprattutto a rimandare il momento in cui dovremo decidere senza possedere tutte le certezze che vorremmo.

Riconoscere che ogni scelta può comportare una rinuncia non significa arrendersi o decidere con superficialità. Possiamo raccogliere informazioni, valutare le conseguenze e prenderci il tempo necessario. Arriva però un momento nel quale continuare a cercare garanzie non rende la decisione più chiara. Prolunga soltanto l’attesa e permette alla paura di sbagliare di mantenerci immobili.

La scelta di Ulisse rimane moralmente dolorosa. Egli conosce il pericolo, ma non rivela ai compagni ciò che li attende. Salvare la nave comporta la perdita di alcuni uomini e il fatto che quella fosse la soluzione meno distruttiva non cancella la gravità del sacrificio. L’episodio non offre quindi un modello semplice da imitare. Mostra piuttosto quanto possa essere difficile assumersi la responsabilità di una decisione quando nessuna possibilità è priva di conseguenze.

Passare tra Scilla e Cariddi significa rinunciare all’idea che, per procedere, debba esistere una strada completamente sicura. A volte possiamo soltanto scegliere sulla base delle informazioni disponibili, cercando di proteggere ciò che riteniamo più importante e sapendo che una parte di dubbio resterà con noi. Non avremo sempre la certezza di avere preso la decisione migliore. Possiamo però evitare che sia la ricerca di una certezza impossibile a scegliere al nostro posto.

Polifemo e il bisogno di avere l’ultima parola

Ulisse si volta dalla nave verso Polifemo mentre un compagno cerca di trattenerlo.

Ulisse e i suoi uomini riescono a fuggire dalla grotta di Polifemo grazie all’astuzia. Accecano il Ciclope e si nascondono sotto il ventre delle pecore, superando così l’enorme masso che impediva loro di uscire. Una volta raggiunta la nave, il pericolo sembra ormai alle spalle.

Ulisse, però, non si limita a mettersi in salvo. Mentre si allontana dalla costa, provoca Polifemo e infine gli rivela la propria identità. Vuole che il Ciclope sappia chi lo ha sconfitto e che la sua impresa non rimanga senza un nome. I compagni cercano di fermarlo, ma Ulisse continua. Polifemo può così invocare suo padre Poseidone e chiedergli di ostacolare il ritorno dell’uomo che lo ha accecato.

L’episodio mostra due aspetti dello stesso personaggio. L’intelligenza di Ulisse gli permette di uscire dalla grotta, mentre il bisogno di affermare la propria vittoria contribuisce a prolungare il viaggio. Essersi salvato non gli basta. Ha bisogno che Polifemo riconosca chi lo ha sconfitto.

Anche nelle relazioni possiamo avvertire qualcosa di simile. Durante un conflitto non desideriamo soltanto spiegare il nostro punto di vista. Vorremmo che l’altra persona riconoscesse di averci feriti, comprendesse pienamente le nostre ragioni e ammettesse il proprio errore. Quando questo non accade, possiamo continuare a discutere nella speranza di trovare finalmente le parole capaci di convincerla.

Il desiderio di essere compresi è legittimo. Sentirsi ignorati, fraintesi o trattati ingiustamente può suscitare rabbia e dolore. Quando però il riconoscimento dell’altro diventa indispensabile, la conversazione rischia di trasformarsi in una battaglia. Non ascoltiamo più per capire, ma per individuare il punto debole della risposta ricevuta. Non cerchiamo più un incontro, ma una vittoria.

Le parole pronunciate per difenderci possono ferire, irrigidire le posizioni e rendere più difficile ritrovare un contatto. A volte otteniamo l’ultima parola, ma perdiamo qualcosa di più importante.

Questo non significa tacere sempre, rinunciare ai propri bisogni o tollerare comportamenti offensivi. In alcune relazioni è necessario stabilire limiti chiari, prendere le distanze o interrompere un rapporto che continua a farci male. Lasciare andare una discussione talvolta non equivale a giustificare ciò che è accaduto. Significa riconoscere quando insistere non sta più favorendo né la comprensione né la protezione di noi stessi.

Ulisse avrebbe potuto lasciare Polifemo sulla riva e continuare il viaggio. La violenza subita rende comprensibile la sua rabbia, ma non rende utile ogni risposta dettata da quella rabbia. L’episodio ci ricorda che possiamo essere stati feriti e, nello stesso tempo, conservare una responsabilità nel modo in cui scegliamo di reagire.

In una relazione matura non sempre si arriva a una conclusione perfetta. Può rimanere una spiegazione non accolta, una richiesta di scuse senza risposta o una parte di ciò che abbiamo provato che l’altro non riesce a comprendere fino in fondo. Possiamo esprimerci con chiarezza, ma non possiamo obbligare qualcuno a riconoscere le nostre ragioni.

A volte continuare il proprio viaggio significa rinunciare a ottenere dall’altro il riconoscimento di cui sentivamo di avere bisogno. Non perché le nostre ragioni non contino, ma perché la nostra dignità, la nostra serenità e le relazioni che desideriamo costruire possono valere più di una vittoria gridata dalla nave.

Tornare a casa senza essere più quelli di prima

Ulisse e Penelope di spalle su una barca greca mentre osservano insieme l’orizzonte.

Dopo anni trascorsi a desiderare Itaca, Ulisse riesce finalmente a tornare. Il suo arrivo, però, non coincide con la semplice conclusione del viaggio. La casa è ancora lì, ma non è rimasta immobile ad aspettarlo. Telemaco è diventato adulto senza conoscere davvero suo padre, Penelope ha imparato a difendere da sola la famiglia e il regno è ormai occupato dai Proci.

Anche Ulisse non è più l’uomo partito per Troia. Porta con sé la guerra, le perdite, gli errori commessi e gli anni trascorsi lontano. Ritrovare la propria terra non basta quindi a restituirgli il posto che aveva lasciato. Deve farsi riconoscere e, in qualche modo, imparare nuovamente a essere marito, padre e re.

Nel poema omerico -in un episodio che il film di Nolan non riprende- Penelope non si affida soltanto all’aspetto dell’uomo che ha davanti. Dopo vent’anni, l’immagine del marito potrebbe ingannarla. Per riconoscerlo ricorre al segreto del loro letto, costruito da Ulisse intorno al tronco di un ulivo e per questo impossibile da spostare. È un particolare che appartiene alla loro storia e che soltanto loro possono conoscere.

Quel letto rappresenta qualcosa che il tempo e la distanza non hanno cancellato. Non dimostra che Ulisse e Penelope siano rimasti identici a ciò che erano, ma che tra loro esiste ancora una parte condivisa dalla quale possono provare a incontrarsi nuovamente. Il riconoscimento non avviene perché nulla è cambiato. Avviene perché, dentro tutto ciò che è cambiato, entrambi ritrovano qualcosa che appartiene ancora al loro legame.

Quando attraversiamo un periodo difficile, possiamo desiderare intensamente di tornare alla vita di prima. Vorremmo recuperare la serenità, le relazioni e l’immagine di noi stessi che avevamo prima che qualcosa interrompesse il nostro cammino. È un desiderio comprensibile, soprattutto quando il presente ci appare distante dalla persona che ricordiamo di essere stati.

Non sempre, però, tornare indietro è possibile. Alcune esperienze modificano il modo in cui guardiamo noi stessi, gli altri e il futuro. Anche le persone rimaste accanto a noi possono essere cambiate. Hanno dovuto adattarsi alla nostra assenza, alla nostra sofferenza o alle conseguenze di ciò che è accaduto. Ritrovarsi non significa allora riprendere una relazione esattamente dal punto in cui si era interrotta. Significa imparare a conoscersi di nuovo.

Questo può essere doloroso perché ci costringe a lasciare andare l’idea che guarire significhi cancellare ciò che è successo. Possiamo rimpiangere la persona che eravamo e, nello stesso tempo, domandarci quale vita sia ancora possibile costruire con la persona che siamo diventati. Il passato continua ad appartenerci, ma non deve stabilire da solo ciò che potremo essere.

Nel film, il ritorno non restituisce a Ulisse neppure il regno nella forma in cui lo aveva lasciato. Dopo la morte dei Proci, lui e Penelope scelgono di partire insieme, mentre Telemaco rimane a Itaca e assume il compito di governare. La meta tanto desiderata non diventa quindi il luogo nel quale tutto ricomincia come prima. Diventa il punto dal quale ciascuno può prendere una nuova direzione.

Forse tornare a casa significa proprio questo. Non recuperare intatta la vita perduta, ma riconoscere ciò che è rimasto, fare spazio a ciò che è cambiato e scegliere che cosa desideriamo costruire da qui in avanti. Ulisse ritrova Penelope, ma non ritrova semplicemente il passato. Insieme a lei può iniziare qualcosa che, prima del viaggio, non esisteva ancora.

Itaca non è soltanto una meta

Il viaggio di Ulisse non racconta soltanto il desiderio di tornare. Racconta anche la difficoltà di riconoscersi dopo essere stati cambiati da ciò che si è attraversato. Ulisse raggiunge Itaca, ma non può cancellare la guerra, le perdite, gli errori e gli anni trascorsi lontano. Può soltanto scegliere che cosa fare dell’uomo che è diventato.

Anche noi, nei momenti difficili, possiamo desiderare di tornare alla persona che eravamo. Vorremmo recuperare una serenità perduta, ritrovare la sicurezza di un tempo o riprendere la vita dal punto esatto in cui qualcosa l’ha interrotta. Continuare a cercare quella versione di noi stessi, però, può impedirci di riconoscere la vita che è ancora possibile costruire.

Non possiamo sempre tornare quelli di prima. Questo non significa pensare che ciò che ci ha feriti fosse necessario, utile o destinato a renderci migliori. Significa riconoscere che alcune esperienze lasciano una traccia e che guarire non coincide necessariamente con il cancellarla.

Il cambiamento può iniziare quando smettiamo di misurare ogni passo in base alla distanza che ci separa dal passato e cominciamo a domandarci quale direzione desideriamo prendere oggi. Non occorre aspettare che ogni paura sia scomparsa, che ogni dubbio sia risolto o che il dolore sia completamente svanito. Possiamo muoverci anche mentre una parte della fatica continua ad accompagnarci.

L’Odissea di Nolan ci ricorda che Itaca non è il luogo nel quale tutto torna come prima. È il punto dal quale possiamo riconoscere ciò che abbiamo perduto, ritrovare ciò che conta e scegliere come proseguire. Forse non possiamo tornare le persone che eravamo. Possiamo però costruire una vita nuova, non priva di dolore o incertezza, ma orientata con maggiore consapevolezza verso ciò che per noi conta davvero.

Quando il viaggio diventa difficile da proseguire da soli

Non tutti i momenti di difficoltà richiedono una psicoterapia. Talvolta, però, la paura, il rimuginio, l’evitamento o i conflitti relazionali finiscono per occupare uno spazio sempre maggiore e restringere progressivamente la vita.

In questi casi, un percorso psicoterapeutico può aiutare a comprendere i meccanismi che mantengono la sofferenza, riconoscere le strategie che offrono sollievo nell’immediato ma diventano controproducenti nel tempo e sperimentare modi diversi di rispondere a pensieri ed emozioni difficili.

L’obiettivo non è tornare esattamente alla persona che si era prima né eliminare ogni paura o incertezza. È recuperare la possibilità di scegliere, ritrovare una direzione significativa e ricominciare a muoversi verso ciò che conta, anche quando il viaggio non può essere privo di fatica.

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Se senti che l’ansia, i pensieri ricorrenti o alcune difficoltà relazionali stanno limitando la tua vita, possiamo valutare insieme la possibilità di intraprendere un percorso psicoterapeutico.

Ricevo in presenza e svolgo colloqui anche online.

Riferimenti bibliografici

Fonti letterarie e cinematografiche

  • Omero. (2014). Odissea. Testo greco a fronte (R. Calzecchi Onesti, Trad.). Einaudi.
  • Nolan, C. (Regista e sceneggiatore). (2026). The Odyssey [Film]. Universal Pictures; Syncopy.

Letteratura psicologica

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