GTA 6 e la psicologia dei leak: perché non resistiamo alla curiosità?

Illustrazione concettuale sulla psicologia della curiosità: una persona osserva sul computer un leak di GTA 6 e informazioni non ancora rivelate

Se online comparisse un video di GTA 6 che mostra qualcosa che non avremmo ancora dovuto vedere, riusciremmo a non cliccare? Riusciremmo ad aspettare?

Forse siamo consapevoli che vedere quel contenuto potrebbe rovinarci parte della sorpresa. Eppure vogliamo sapere e ci mettiamo subito alla ricerca di quel contenuto diffuso prima del previsto.

Il fenomeno dei leak di Grand Theft Auto VI, al quale stiamo assistendo in questi giorni, rappresenta un interessante esempio di psicologia della curiosità.

Perché sapere che esiste un’informazione che ancora non possediamo può renderla improvvisamente così difficile da ignorare?

Una possibile risposta arriva da un concetto studiato da tempo in psicologia: l’information gap, ovvero la distanza percepita tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere. In questa pagina del blog affronteremo assieme alcuni studi che indagano la curiosità umana e la ricerca immediata di informazioni in seguito alla diffusione di anticipazioni.

Indice

  1. GTA 6, i leak e una lunga attesa
  2. Information gap: perché vogliamo sapere ciò che ci manca
  3. Non esiste un solo tipo di curiosità
  4. Quanto vale un’informazione?
  5. Perché una risposta può generare nuove domande
  6. Attesa, curiosità e paradosso degli spoiler
  7. Curiosità non significa dipendenza
  8. Cosa GTA 6 ci insegna sulla curiosità
  9. Fonti scientifiche

GTA 6, i leak e una lunga attesa

Grand Theft Auto VI, comunemente chiamato GTA 6, è il nuovo capitolo della celebre serie sviluppata da Rockstar Games. L’uscita è prevista per il 19 novembre 2026, tredici anni dopo GTA V, pubblicato nel 2013.

Un intervallo eccezionalmente lungo per una serie di questa popolarità, durante il quale l’attesa è stata accompagnata da trailer, indiscrezioni e diverse fughe di materiale non ancora destinato al pubblico.

È proprio questo che viene comunemente chiamato leak: la diffusione non prevista o non autorizzata di immagini, video, documenti o altre informazioni che avrebbero dovuto rimanere riservate.

Nel 2022, per esempio, circa 90 filmati provenienti da una versione ancora in sviluppo di GTA 6 finirono online. Nuovi contenuti non autorizzati sono poi circolati nell’agosto 2026, pochi giorni prima della presentazione ufficiale estesa del gioco.

Dal punto di vista psicologico, però, il punto più interessante non è soltanto ciò che contiene un leak, ma il sapere che il leak esiste.

Immaginiamo di leggere su un blog o sulle notizie in rete: “È comparso online un nuovo video di GTA 6 che mostra una caratteristica che Rockstar non aveva ancora rivelato.”

Non conosciamo nulla sul contenuto del video. Eppure è facile che nella nostra mente compaia immediatamente una domanda: Quale caratteristica?

Per capire perché accade, dobbiamo parlare di information gap.

Information gap: perché vogliamo sapere ciò che ci manca

Schema dell’information gap nella psicologia della curiosità, tra conoscenza attuale e conoscenza desiderata.

Nel 1994 George Loewenstein, economista comportamentale statunitense e professore di economia e psicologia, pubblicò su Psychological Bulletin uno dei lavori più influenti sulla psicologia della curiosità, proponendo quella che sarebbe diventata nota come Information Gap Theory.

Secondo Loewenstein, non è semplicemente il fatto di non sapere a generare curiosità. È la consapevolezza di una specifica lacuna nella nostra conoscenza a creare quella tensione che ci spinge a cercare una risposta. La curiosità nasce, quindi, dalla distanza percepita tra ciò che sappiamo e ciò che vorremmo sapere.

Possiamo ignorare per anni qualcosa che non sappiamo. Ma nel momento in cui scopriamo che esiste una risposta accessibile, quella mancanza può acquisire improvvisamente importanza.

Questa teoria ci aiuta a comprendere un fenomeno apparentemente paradossale dove conoscere pochissimo un argomento non significa necessariamente esserne molto curiosi.

Una persona che non conosce GTA probabilmente non proverà particolare interesse leggendo che, in un nuovo filmato, compare una zona inedita dello stato immaginario di Leonida.

Per un appassionato, invece, la stessa informazione si inserisce all’interno di conoscenze già presenti e può immediatamente aprire nuove domande: dove si trovi quella zona, se fosse già visibile nei trailer precedenti o quale ruolo potrebbe avere nel gioco.

In questo senso, la conoscenza può alimentare nuova curiosità invece di spegnerla.

Man mano che impariamo qualcosa diventiamo anche più capaci di riconoscere ciò che ancora non sappiamo.

Questo può contribuire a spiegare perché un piccolo dettaglio relativo a un argomento che conosciamo e ci interessa possa attirare più attenzione di molte informazioni su qualcosa di cui sappiamo pochissimo.

Non esiste un solo tipo di curiosità

Anche parlare genericamente di “curiosità” rischia, però, di semplificare eccessivamente un fenomeno complesso.

Lo psicologo Jordan Litman ha studiato diverse dimensioni della curiosità epistemica, cioè della motivazione ad acquisire nuove informazioni e conoscenze.

Una distinzione particolarmente utile che propone riguarda la curiosità di tipo Interest e quella di tipo Deprivation.

Interest-type curiosity: il piacere della scoperta

La curiosità di tipo Interest, o I-type, è la dimensione della curiosità maggiormente associata al piacere di esplorare nuove idee e scoprire qualcosa che non conoscevamo.

Potremmo descriverla semplicemente con una frase del tipo: “Vediamo che cosa scopro.”

L’esplorazione e l’acquisizione di nuove conoscenze possono essere, di per sé, piacevoli e appaganti.

Deprivation-type curiosity: voglio proprio quella risposta

La curiosità di tipo Deprivation, o D-type, è invece maggiormente associata alla percezione di una specifica informazione mancante e al desiderio di acquisirla.

Potremmo sintetizzarla così: “Voglio sapere qual è la risposta.”

Negli studi di Litman, queste due dimensioni risultano distinguibili. La prima è caratterizzata soprattutto dal piacere associato alla scoperta di nuove idee; la seconda, da una maggiore disponibilità a investire tempo e impegno per ottenere una particolare risposta o soluzione.

Gli studi di Litman ci aiutano a capire perché due persone possano cercare lo stesso leak per ragioni psicologicamente diverse: una per il piacere di scoprire qualcosa di nuovo, l’altra perché sapere che esiste una risposta rende difficile lasciare quella domanda aperta.

Nel primo caso prevale sopratutto il piacere dell’esplorazione.

Nel secondo diventa più evidente la spinta a colmare il gap informativo.

Quanto vale un’informazione?

Un altra domanda centrale nella psicologia della curiosità è la seguente: perché siamo disposti a spendere tempo per ottenere un’informazione che non cambierà concretamente nulla?

Uno studio pubblicato nel 2009 da Min Jeong Kang e colleghi offre alcuni spunti interessanti per rispondere a questo interrogativo.

Il lavoro condotto da questi ricercatori comprendeva diversi esperimenti. Nel primo, i partecipanti leggevano una serie di domande di cultura generale. Per ciascuna domanda dovevano formulare mentalmente una possibile risposta, indicare quanto fossero curiosi di conoscere quella corretta e valutare quanto fossero sicuri della propria ipotesi. Successivamente veniva mostrata loro la risposta esatta. Durante questa sequenza, la loro attività cerebrale veniva osservata mediante risonanza magnetica funzionale.

I ricercatori rilevarono che, quando una domanda suscitava maggiore curiosità, aumentava anche l’attività in alcune regioni del nucleo caudato. Perché questo risultato era interessante? Precedenti ricerche avevano associato l’attività del caudato anche all’anticipazione di una ricompensa. Gli autori ipotizzarono quindi che attendere un’informazione fortemente desiderata potesse coinvolgere alcuni dei processi attraverso i quali attribuiamo valore motivazionale a un risultato atteso.

Questo non significa, tuttavia, che ricevere un’informazione sia equivalente a ottenere una ricompensa materiale, né che la curiosità possa essere descritta come una semplice “scarica di dopamina”. La risonanza magnetica funzionale rileva indirettamente variazioni dell’attività cerebrale attraverso i cambiamenti nell’ossigenazione del sangue, ma non misura il rilascio di uno specifico neurotrasmettitore. Inoltre, dobbiamo tenere a mente che il nucleo caudato è coinvolto in molteplici funzioni e non rappresenta un esclusivo “centro della ricompensa”.

La conclusione più prudente è che, quando siamo curiosi, la prospettiva di ottenere una risposta può acquisire un valore motivazionale. Per verificare se questo valore influenzasse anche il comportamento, i ricercatori condussero quindi un ulteriore esperimento.

In un successivo esperimento, i partecipanti venivano nuovamente esposti a domande di cultura generale. Dopo aver formulato una possibile risposta e valutato il proprio livello di curiosità, potevano scegliere se sostenere un piccolo costo per conoscere la risposta corretta.

In una condizione dovevano utilizzare uno dei gettoni limitati messi a loro disposizione; in un’altra dovevano accettare un tempo di attesa. In alternativa, potevano passare immediatamente alla domanda successiva senza conoscere la risposta.

I risultati mostrarono che, quanto maggiore era la curiosità suscitata da una domanda, tanto più i partecipanti erano disposti a spendere un gettone o ad aspettare per scoprirne la risposta.

Il ragionamento degli autori era il seguente: se una persona è disposta a rinunciare a una risorsa limitata per ottenere un’informazione, significa che quell’informazione ha acquisito per lei un valore soggettivo. Non necessariamente un valore economico o un’utilità pratica, ma un valore sufficiente a orientare concretamente il comportamento.

Il risultato di questo studio del 2009 ci riporta direttamente ai leak di GTA 6. Un’anticipazione può non esserci utile e non modificare in alcun modo ciò che accadrà nel gioco. Tuttavia, se promette di colmare una lacuna che percepiamo come importante, può acquisire un valore sufficiente a farci investire tempo e attenzione per cercarla.

La curiosità, quindi, non si limita al desiderio di sapere, ma può tradursi nella disponibilità a sostenere un costo pur di ottenere l’informazione desiderata.

Non esiste un unico “centro della curiosità”

Il fatto che la curiosità coinvolga alcuni sistemi associati alla motivazione e alla ricompensa, come abbiamo visto nel lavoro di Min Jeong Kang e colleghi, non significa che possa essere ricondotta a un unico meccanismo cerebrale.

Una review pubblicata nel 2024 da Ilya Monosov su Nature Reviews Neuroscience ha esaminato la letteratura sui circuiti neurali coinvolti nella ricerca di novità e informazioni, integrando risultati ottenuti negli esseri umani e nei primati non umani, soprattutto nei macachi rhesus.

Gli studi considerati mostrano che possiamo cercare informazioni per ragioni differenti. Talvolta vogliamo acquisire conoscenze che ci permettano di prendere decisioni migliori o di prepararci a ciò che accadrà. In questo caso, l’informazione possiede un valore pratico, definito anche strumentale.

In altri casi, invece, cerchiamo un’informazione anche quando non potremo utilizzarla per modificare l’esito di un evento o ottenere una ricompensa materiale. L’informazione viene quindi ricercata anche per il valore che le attribuiamo o perché ci permette di ridurre l’incertezza.

La review descrive diversi processi che possono contribuire alla curiosità, tra cui la rilevazione della novità, la valutazione dell’incertezza, l’anticipazione di una nuova informazione e l’attribuzione di valore alla possibilità di ottenerla. Questi processi coinvolgono sistemi neurali differenti, ma capaci di interagire tra loro.

Non dobbiamo quindi immaginare che esista un unico “centro della curiosità” nel cervello. Il quadro è più complesso. Novità, incertezza, motivazione, apprendimento e valutazione dell’informazione contribuiscono insieme a orientare il comportamento, attraverso l’attività coordinata di molteplici aree e connessioni cerebrali.

Il lavoro di Kang mostra che una risposta può acquisire un valore tale da indurci a spendere tempo o altre risorse per ottenerla. La review di Monosov inserisce questo risultato in un quadro più ampio, nel quale la ricerca di informazioni nasce dall’interazione tra processi psicologici e neurali differenti.

Perché una risposta può generare nuove domande

Se la curiosità nasce dalla percezione di una lacuna, potremmo pensare che ottenere una risposta faccia semplicemente scomparire la curiosità.

Spesso accade proprio così, ma non sempre. Una nuova informazione può colmare una lacuna e, contemporaneamente, aprirne molte altre.

Ogni nuova conoscenza ci rende più consapevoli anche di ciò che ancora non sappiamo e ignoriamo.

Supponiamo di vedere finalmente il filmato di GTA 6 che stavamo cercando. Otteniamo la risposta alla domanda iniziale, ma quella nuova informazione può permetterci di formulare domande che prima non avremmo potuto nemmeno porci.

Acquisire conoscenze, quindi, non significa esaurire progressivamente un insieme finito di domande. Ogni risposta può consentirci di formulare domande nuove e più precise.

Le comunità online possono inoltre moltiplicare le occasioni in cui diventiamo consapevoli di nuove lacune informative. Qualcuno nota un dettaglio, qualcun altro lo condivide e ciò che pochi minuti prima ignoravamo completamente diventa improvvisamente qualcosa che sappiamo di non sapere.

Attesa, curiosità e paradosso degli spoiler

L’attesa non è un tempo psicologicamente vuoto.

Prima di un evento possiamo immaginarlo, parlarne, formulare ipotesi e costruire aspettative. Nel caso di GTA 6, questo processo dura ormai da anni. Ogni nuova informazione contribuisce non soltanto a ciò che sappiamo del gioco, ma anche a ciò che immaginiamo che sarà.

Emerge così un aspetto apparentemente paradossale. Se una parte del piacere deriva dall’attesa e dalla sorpresa, perché siamo comunque tentati di scoprire qualcosa prima del tempo?

La letteratura sugli spoiler mostra che il rapporto tra conoscenza anticipata e piacere dell’esperienza è più complesso di quanto potrebbe sembrare.

Nel 2011 Jonathan Leavitt e Nicholas Christenfeld condussero tre esperimenti utilizzando dodici racconti appartenenti a generi differenti. I partecipanti leggevano le storie senza anticipazioni oppure dopo aver ricevuto informazioni che ne rivelavano alcuni elementi importanti. In media, i racconti preceduti da uno spoiler ottennero valutazioni di gradimento più elevate rispetto alle versioni prive di anticipazioni.

Gli autori ipotizzarono che conoscere in anticipo l’esito potesse rendere la storia più facile da seguire, permettendo al lettore di concentrarsi maggiormente sul modo in cui gli eventi si sviluppavano. Il risultato, tuttavia, riguardava brevi racconti letti in condizioni sperimentali e non dimostrava che qualsiasi spoiler migliorasse necessariamente qualsiasi esperienza narrativa.

Ricerche successive hanno infatti restituito risultati differenti. Nel 2015 Benjamin Johnson e Judith Rosenbaum esaminarono separatamente diverse componenti dell’esperienza narrativa. Nel loro studio, le storie prive di spoiler furono giudicate mediamente più divertenti, coinvolgenti e ricche di suspense, oltre che più piacevoli nel complesso.

In un lavoro successivo dedicato a film e serie televisive, gli stessi autori osservarono effetti generalmente contenuti e variabili. Le conseguenze degli spoiler dipendevano, tra gli altri fattori, dal genere del contenuto e dal grado di coinvolgimento dello spettatore. In alcune condizioni, ricevere un’anticipazione non richiesta suscitava soprattutto una reazione negativa legata alla sensazione di non aver potuto scegliere autonomamente se conoscere o meno l’informazione.

Conoscere anticipatamente un elemento della storia può quindi facilitare la comprensione e permettere di prestare maggiore attenzione al modo in cui gli eventi si sviluppano. Allo stesso tempo, può ridurre la suspense, modificare la sorpresa o interferire con il modo in cui una persona desiderava avvicinarsi all’esperienza.

Di fronte a un leak di GTA 6 possono così coesistere due motivazioni differenti.

Da una parte, vogliamo preservare l’attesa, la sorpresa e il piacere di incontrare il gioco per la prima volta senza conoscerne in anticipo alcuni elementi.

Dall’altra, vogliamo colmare subito la lacuna informativa, partecipare alle discussioni e soddisfare il desiderio di sapere che cosa contiene quel filmato.

Queste due motivazioni non si escludono necessariamente. La stessa persona può desiderare di proteggere la sorpresa e, contemporaneamente, sentire una forte spinta a conoscere l’informazione disponibile.

Un leak le mette direttamente in competizione. Nel momento in cui il contenuto è a portata di clic, la soddisfazione della curiosità appare immediata, mentre la possibile perdita della sorpresa riguarda un’esperienza futura. Cliccare non significa quindi che la sorpresa non abbia valore, ma che, in quel momento, il desiderio di sapere può diventare più forte del desiderio di aspettare.

Curiosità non significa dipendenza

Cercare frequentemente informazioni su un argomento che ci appassiona non significa automaticamente avere una dipendenza, un’ossessione o una compulsione.

Sono termini clinici che richiedono criteri specifici e non dovrebbero essere utilizzati come sinonimi di “forte interesse”.

Una persona può dedicare molto tempo a una squadra sportiva, una missione spaziale, un prodotto tecnologico o GTA 6 senza che questo costituisca un disturbo psicologico.

Il fenomeno dei leak è interessante proprio perché permette di osservare, all’interno di una situazione concreta, processi psicologici comuni come la curiosità, la ricerca di informazioni e l’anticipazione.

Cosa GTA 6 ci insegna sulla curiosità

GTA 6 è soltanto un caso particolarmente visibile e attuale.

La stessa spinta a colmare una lacuna informativa può emergere quando vogliamo conoscere il finale di una serie, il risultato di una partita o il contenuto di un messaggio che qualcuno annuncia dicendo semplicemente: “Devo dirti una cosa”.

La curiosità non nasce soltanto da ciò che ignoriamo. Può diventare particolarmente intensa quando sappiamo che una risposta esiste, la consideriamo importante e percepiamo la distanza che ancora ci separa da essa.

È una delle dinamiche dell’information gap. Cerchiamo una risposta per colmare una lacuna, ma ciò che scopriamo può renderci consapevoli di altre informazioni che ancora ci mancano.

Ogni risposta può quindi chiudere una domanda e, nello stesso tempo, permetterci di formularne altre più precise. Conoscere non significa procedere verso un punto in cui non restano più interrogativi. Significa anche diventare più capaci di riconoscere i limiti delle nostre conoscenze.

La conoscenza, quindi, non spegne necessariamente la curiosità. Spesso, invece, le offre una direzione più chiara e precisa.

Informazioni sull’autore

Dott. Enrico Frigoli
Medico psicoterapeuta e specialista in cardiologia, con esperienza nella ricerca scientifica e nella conduzione di studi clinici.

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Fonti scientifiche

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